Physéche fotografia e cinematografia di Vito Amodio
 

PHYSÉCHE

 

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Platone chiama l’incantesimo della natura “psiche”: “Psyché deriva da physéche che significa: ciò che sostiene e muove la natura”.

Quando la natura, congenere a psiche, cede il suo segreto, mostra il suo volto che, irrispettoso delle differenze che la ragione ha faticosamente guadagnato, si offre indifferenziato, e perciò carico di quell’aspetto che non distingue e non separa, ma tutto mantiene in quella contrazione simbolica così poco rassicurante che gli uomini, non potendola eliminare, hanno espulso in quella sfera pre-umana che è il mondo degli elementi naturali, degli animali, degli dèi e del sacro.

“Per la divinità tutte le cose sono belle, buone e giuste; gli uomini invece alcune cose ritengono ingiuste ed altre giuste”, così Eraclito traccia nettamente il confine. Incapace di articolare le differenze, il dio non sa mantenere neppure una propria identità, perciò si concede alle metamorfosi più svariate senza fedeltà e senza memoria. L’identità è l’altra faccia della differenza, è ciò che si ottiene perché non ci si con-fonde con tutte le cose, come invece capita al dio che, come vuole il frammento di Eraclito: “Il dio è giorno è notte, inverno e estate, guerra e pace, sazietà e fame, e muta come il fuoco quando si mischia ai profumi odorosi, prendendo di volta in volta il loro aroma”.

Il rapporto tra il demiurgo, le idee e la materia-madre in cui il demiurgo genera le immagini delle idee, è il modo in cui si articola in forma esplicita l’affermazione iniziale della filosofia: la phỳsis è l’essere che si conserva eternamente e da cui provengono e in cui ritornano tutte le cose dell’universo.

Ma quando i primi filosofi pronunciano la parola phỳsis, essi non la sentono come indicante semplicemente quella parte del tutto che è il mondo diveniente. Anche perché è la parola stessa a mostrare un senso più originario. Phỳsis è costruita sulla radice indoeuropea bhu, che significa essere, e la radice bhu è strettamente legata alla radice bha, che significa “luce”. Da sola, quindi, la parola phỳsis significa “essere” e “luce”, e cioè l’essere nel suo illuminarsi.

Ma ciò che sostiene e muove la natura, il Tutto, generato da qualsiasi “inganno fisico” è raccolto dalla macchina fotografica, così sensibile alla luce, che a sua volta ne traduce la percezione in una nuova generazione di senso.

La scena che si presenta davanti all’obiettivo fotografico è l’esorcismo della realtà, è il nostro esorcismo. Ritrarre gli oggetti e le persone significa costringere le nostre passioni a travestirsi, la nostra immaginazione a cancellarsi. Se qualcosa o qualcuno vuole diventare immagine, o ne diventa casualmente, non è per durare, è per sparire meglio; e non accade il miracolo se non si entra in questo gioco, se non si esorcizza il proprio sguardo e il proprio giudizio, se non si gode della propria assenza. Nasce l’incantesimo appena il soggetto si interrompe e il mondo fa la sua irruzione generosa. Ogni oggetto o soggetto fotografato non è altro che la traccia lasciata dalla scomparsa di tutto il resto. È una soluzione quasi totale del mondo che non lascia risplendere altro che l’illusione di tale o talaltro oggetto, di cui l’immagine crea allora un enigma inafferrabile. A partire da questa eccezione radicale, si ha sul mondo una vista inespugnabile.

La gioia di fotografare è un’allegria oggettiva. Senza questo trasporto oggettivo dell’immagine non si percepirà mai la delicatezza patafisica del mondo.

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